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I Vicerè, domenica e lunedì su Raiuno la versione televisiva del film premiato con 4 David con le vicende della famiglia Uzeda




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La frase "Ora che l'Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri", pronunciata da un nobile siciliano per indicare la prospettive aperte dal passaggio dal regno borbonico all'Italia unita, è la chiave di lettura de I Vicerè, il film tv ispirato all'omonimo romanzo di Federico De Roberto, che il regista Roberto Faenza ha realizzato in un due versioni, una più condensata destinata a essere proiettata nelle sale cinematografiche, presentata lo scorso anno al Festival Internazionale del Film di Roma e premiata con quattro David di Donatello, e una più estesa per la televisione, in onda in due puntate su Raiuno domenica e lunedì in prima serata.
"Io nel film ho dato molto più importanza alla famiglia - precisa il regista - alcova di tutti i mali, per citare Freud". Prodotto da Jean Vigo Italia e Rai Fiction, sceneggiatori lo stesso regista, Francesco Bruni, Filippo Gentili e Andrea Porporati, in collaborazione con Tullia Giardina e Renato Minore, il film si avvale di un nutrito cast che affianca nomi prestigiosi di attori italiani agli spagnoli: Alessandro Preziosi  (voto: 7,5) e Cristiana Capotondi (7) nel ruolo dei due protagonisti Consalvo e Teresa, Lando Buzzanca (7,5) nella parte del principe Giacomo e Lucia Bosè (8) in quella di Donna Ferdinanda, Guido Caprino (Giovannino), Franco Branciaroli (Conte Raimondo), Assumpta Serna (Duchessa Radalì), Jorge Calvo (Michele Radalì), Vito (Fra' Carmelo), Giselda Volodi (Lucrezia), Sebastiano Lo Monaco (Don Gaspare), Paolo Calabresi (Benedetto Giulente), Pep Cruz (Don Blasco) e molti altri, tra cui alcuni giovani chiamati a interpretare i personaggi da bambini o ragazzi. Inoltre I Vicerè annovera nel cast tecnico, tra gli altri, la tre volte premio Oscar per i costumi Milena Canonero.
Nel suo romanzo, pubblicato nel 1894, secondo volume di una trilogia iniziata nel 1891 con L'Illusione e conclusa con l'incompleto L'imperio uscito postumo nel 1928, De Roberto (1861 - 1927) crea la storia della famiglia Uzeda, una delle più eminenti dell'aristocrazia siciliana di origine spagnola, da secoli ai vertici del potere politico ed economico di Catania. Con la sapienza e la freddezza di un anatomopatologo, lo scrittore, da sempre votato al verismo e all'assoluta obiettività, ma senza mancare di risvolti ironici o grotteschi, osserva e analizza la società dell'epoca, che alla fine dell'epopea risorgimentale deve affrontare la nuova realtà politica e sociale. Su questo scenario si affollano personaggi equivoci e corrotti, politicanti tuttofare, pseudorivoluzionari, governanti e avvocati, nobili e borghesi, monaci e cardinali, infine intellettuali, sempre pronti a prostrarsi ai potenti di turno e a salire sul carro del vincitore appena cambia il vento. Una saga del trasformismo italiano.
Al centro di questa massa di trasformisti, il principe Consalvo, che scende in campo per brama di potere, mostrando di sapersi adattare con raro cinismo al nuovo corso storico politico. Queste le sue parole: "La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. Le condizioni esteriori mutano; certo, tra la Sicilia di prima del Sessanta, ancora quasi feudale, e questa d'oggi pare ci sia un abisso; ma la differenza è tutta esteriore. Il primo eletto col suffragio quasi universale non è né un popolano, né un borghese, né un democratico: sono io, perché mi chiamo principe di Francalanza. Il prestigio della nobiltà non è e non può essere spento".
Il suo programma elettorale è un esempio delle contraddizioni e delle manipolazioni possibili nella politica e nell'etica: pur di aggrapparsi al potere si schiera dalla parte del socialismo ma non condanna il capitalismo, si dice rivoluzionario ma rende omaggio al re, si atteggia ad anticlericale ma si inchina al Papa. Il regista Faenza fa notare come il discorso pronunciato da Consalvo al comizio finale possa sembrare scritto oggi dagli sceneggiatori del film tv, mentre invece è stato partorito dalla penna di De Roberto più di cento anni fa. 

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