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Dr House: il coraggio di morire e la fine della 4.a stagione




La 4.a stagione di Dr House volge al termine, con clamorose rivelazioni sulla sfera sentimentale e sessuale di due collaboratrici del misogino medico, Amber (Bastarda Tagliagole) e Numero Tredici. Per non rovinare ai lettori il finale della serie con le anticipazioni, ecco una mia riflessione sulla capacità catartica della stessa.

Il dottor Gregory House di solito si occupa solo dei casi più difficili e per arrivare a una diagnosi ragiona per via deduttiva/induttiva/abduttiva, senza quasi avvicinarsi al paziente (con il quale ha un colloquio quando deve costruire un’anamnesi, o ancora quando - per guarirlo - vuole esplorare le sue motivazioni). Il telespettatore ci fa l’abitudine. Inaspettatamente, all’inizio della seconda stagione, House si avvicina di sua sponte a uno dei suoi malati, una volta risoltone il caso.

Si tratta di Andie, una paziente di Wilson di 9 anni, con un cancro al cervello, alla quale House ha regalato un altro anno di vita. In “Dr House”, in particolare in questo singolo episodio (dove a essere condannata a morire è una bimba innocente), ma anche in tutta la serie, respiriamo il più profondo terrore per il sentimento drammatico dell’esistenza e la consapevolezza di un destino di morte incombente sulla vita dell’uomo. C’è il terrore di ritrovarci immeritatamente colpiti da sventure, malattie, incidenti. E c’è la compassione più struggente, compassione che si basa su tutti e tre i passaggi individuati da Aristotele:

• un male distruttivo o doloroso che si abbatte su una persona

• il male fa acquisire al telespettatore la consapevolezza che la minaccia (della morte e della malattia) può incombere su chiunque e suscita in lui empatia

• (eventualmente) l’empatia del telespettatore cresce al sapere che il malato di House soffre il suo male immeritatamente

Il procedere con andamento tragico di ogni singolo episodio della serie, scandito sempre da prologo, sigla, caso clinico e chiusura finale, favorisce a sua volta il terrore: c’è un graduale incremento verso la catastrofe - la morte del paziente, a cui ci si avvicina come in un conto alla rovescia - accompagnato da una tensione passionale dei parenti del malato e degli assistenti di House (in contrapposizione con la calma apparente di quest’ultimo). Questo meccanismo crea sospensione e attesa, un vero e proprio climax (intervallato però dai già citati intermezzi comici, che aiutano a stemperare l’ansia crescente) che sfocia poi nella risoluzione dell’ultimo minuto da parte di House, spesso su intuizione geniale.

Come nella tragedia greca, raggiungiamo il piacere del «ritorno all’organismo da una condizione di turbamento a una di armonia secondo natura», ovvero il sollievo e la liberazione da quei sentimenti di terrore e commozione precedentemente suscitati e successivamente eliminati.

“Dr House” è catartico anche nel giro di un solo episodio (ovviamente ci sono puntate più efficaci di altre, come quella incentrata su Andie), non per niente il nostro eroe risolve i suoi casi nello spazio di ventiquattro ore, allo stesso modo delle opere tragiche la cui trama si svolge nell’arco di una giornata. Ma “Dr House” è catartico soprattutto lungo le sue stagioni. Non è casuale che sia il telefilm più visto degli ultimi dieci anni. Ci aiuta “a mantenere al minimo l’infelicità”.

NB Materiale non riproducibile perché depositato (tratto dalla tesi di laurea di Elena Redaelli)

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