I concorrenti dei reality devono essere pagati come impiegati: questa singolare notizia arriva dalla Francia e rischia di avere delle ripercussioni anche nel nostro Paese. Siamo nel 2003: Anthony Brocheton e la sua fidanzata Mary sono una delle tredici coppie de L'ile de la Tentation, versione francese del format americano Temptation Island (che è stato riadattato anche qui da Maria De Filippi con Vero amore - voto: 5 - nel 2005).
Sull'isola della Thailandia dove i due vengono spediti, in base al loro racconto, non c'è spontaneità, con i tecnici onnipresenti, le telecamere sempre accese e tante regole da rispettare, compresa la necessità di recitare una parte a beneficio degli ascolti (un certo Roberto, nel cast del reality due anni dopo, ammetterà di aver avuto "l'incarico" di corteggiare una delle ragazze, perchè il programma stava diventando noioso).
Il tutto a fronte di uno stipendio di 1.500 euro ma senza di contratto di lavoro come impiegati. Ebbene sì, perchè secondo due avvocati parigini trentenni, Jérémie Assous e Hayat Djabeur, chi partecipa a certi programmi tv è in tutto e per tutto un dipendente della società di produzione, visto che fornisce una prestazione, con tanto di compenso, ed è tenuto alla subordinazione.
E allora è partita la causa alla Glem, una delle più grandi società di produzione francesi, che è stata vinta in primo grado e in appello: Anthony, Mary e uno dei loro compagni di avventura sull'Ile hanno diritto a ricevere la bellezza di 27.000 euro a testa, cifra che comprenderebbe anche i danni. Altre quindici persone dell'edizione 2005 hanno fatto causa e altri produttori televisivi sono nel panico in previsione di altre battaglie legali.
Come scrive giustamente Donatella Aragozzini su Libero "ci manca solo che a qualcuno venga l'idea di emulare i fratellini francesi: sarebbe davvero una beffa, nei confronti di chi lavora davvero, spaccandosi la schiena per 1.000 euro al mese, se a certi personaggi senza arte nè parte venisse riconosciuta la condizione di lavoratore in nero, con diritto a un contratto in piena regola, ferie pagate, pausa pranzo, straordinari e via dicendo, compreso il diritto alla privacy". Una beffa nella beffa.
Come scrive giustamente Donatella Aragozzini su Libero "ci manca solo che a qualcuno venga l'idea di emulare i fratellini francesi: sarebbe davvero una beffa, nei confronti di chi lavora davvero, spaccandosi la schiena per 1.000 euro al mese, se a certi personaggi senza arte nè parte venisse riconosciuta la condizione di lavoratore in nero, con diritto a un contratto in piena regola, ferie pagate, pausa pranzo, straordinari e via dicendo, compreso il diritto alla privacy". Una beffa nella beffa.